Small Wonder nasce dall’incontro tra pratiche diverse che condividono la meraviglia di rendere la tecnologia un’esperienza culturale, espressiva e accessibile. Teatro, robotica educativa, musica, cinema e narrazione non sono ambiti separati, ma strumenti che il progetto utilizza per attivare curiosità, consapevolezza e immaginazione. Al centro c’è, appunto, la meraviglia come attivazione della curiosità e della creatività: quella scintilla che scatta quando qualcosa di inatteso diventa improvvisamente comprensibile, quando il sapere non viene trasmesso ma scoperto.
La storia del nostro logo parte da qui. Non tanto dal “rappresentare” Small Wonder, ma dal
tradurre visivamente ciò che accade nelle sue attività: l’incontro tra corpo e macchina, tra
emozione e codice, tra linguaggi antichi e tecnologie contemporanee. Il logo deve dire
senza spiegare, narrare senza descrivere. Suggerire, non spiegare. Contenere, in forma
sintetica, l’idea che anche una piccola esperienza possa generare una grande apertura di
senso.
Il lavoro comincia dal disegno a mano libera, perché è nel gesto non mediato che emergono le intuizioni più autentiche. I primi schizzi ruotano attorno a un archetipo potentissimo: le maschere teatrali. La maschera felice e quella triste, simbolo universale della rappresentazione umana, diventano il primo terreno di sperimentazione. In Small Wonder, però, queste maschere non restano tali. Vengono reinterpretate introducendo il volto tecnologico. Questo passaggio è centrale: il robot non cancella l’emozione, non la sostituisce, ma la incarna in una forma nuova. Il teatro entra nella tecnologia e la tecnologia moltiplica i volti del teatro. In alcuni disegni, inizialmente, i due volti convivono come coppia, richiamando esplicitamente la tradizione teatrale; in altri diventano variazioni possibili di una stessa idea, suggerendo che i robot di Small Wonder possono assumere forme diverse, esprimere stati diversi, raccontare storie multiple. In una seconda fase, la relazione tra maschera e robot si fa ancora più stretta. La maschera teatrale e il volto robotico si sovrappongono, si fondono in un unico segno. Non sono più due entità affiancate, ma una figura ibrida. È la visualizzazione più diretta della sinergia tra teatro e tecnologia: due linguaggi che non si limitano a convivere, ma si completano, si modificano a vicenda, generando nuove possibilità espressive.
Nel logo di Small Wonder, la maschera non rappresenta un’identità fissa, ma un dispositivo
che multiplica. È un volto che non si limita a mostrare, ma che genera possibilità: teatrali e
tecnologiche, emotive e meccaniche. La maschera, intrecciata con il linguaggio del robot,
non replica un’espressione né la cristallizza; la trasforma, la rende attraversabile, capace di
assumere nuove forme ogni volta che viene abitata. In questo senso, multiplicare significa
proprio questo: far sì che un segno non resti uguale a sé stesso, ma diventi origine di altre
narrazioni.
Accanto a questa soluzione subito emersa, il processo creativo attraversa anche una fase di
esplorazione più ampia e sperimentale. Compaiono elementi diversi: il plettro, la lanterna,
la tenda teatrale, il robot. Sono tentativi di condensare in un unico segno la pluralità di
linguaggi che Small Wonder mette in gioco. Questi schizzi risultano volutamente meno
essenziali, talvolta più “sporchi”, ma svolgono una funzione importante: aiutano a chiarire
il perimetro identitario del progetto.
Da queste prove emerge una consapevolezza chiave: il logo non deve esaurire, ma attivare
un immaginario. Diventare un punto di accesso. È passando da qui che l’attenzione inizia a
spostarsi dal “cosa rappresentare” al “cosa evocare”.
Il passaggio decisivo avviene quando il lavoro si concentra sul significato stesso del nome
Small Wonder. “Small” non indica qualcosa di marginale ma qualcosa di vicino, alla portata,
intimo. “Wonder” è la meraviglia, lo stupore che nasce quando si scopre qualcosa di
inatteso. Da qui prende forma la stella, che inizia a emergere come segno capace di tenere
insieme questi due piani.
La stella che brilla diventa la rappresentazione visiva della meraviglia: un punto di luce che
attira lo sguardo, che suggerisce un momento di accensione. Progressivamente la stella
entra nel logotipo, dialoga con la parola “wonder”, ne diventa parte integrante.
In questa fase il lavoro tipografico diventa narrativo. La stella accompagna il movimento
delle parole, suggerisce un percorso. In alcune esplorazioni la lettera “O” di “wonder” si
trasforma in una testa di robot, con una stella al centro: la tecnologia entra letteralmente
nella parola, non come ornamento ma come struttura del significato.
Un’altra intuizione chiave è quella della scatola. Una scatola che si apre è una metafora
immediata e universale: sorpresa, attesa, scoperta. È ciò che accade quando si partecipa a
un laboratorio, quando si assiste a una performance, quando un oggetto tecnologico
smette di essere opaco e diventa comprensibile.
La scatola di Small Wonder si apre e lascia uscire oggetti meravigliosi come elementi che
raccontano il progetto: robot, musica, cinema, magia. Nella seconda bozza, questa scatola
viene ulteriormente caratterizzata: la stella compare sui lati, creando coerenza con il
logotipo, e diventando un segno identitario forte. La stella del logotipo si consolida così
come elemento autonomo, utilizzabile anche da sola come icona, favicon o segno
ricorrente nella comunicazione.
L’introduzione dei fulmini accentua ulteriormente il senso di energia, di accensione
improvvisa, di “momento fantastico”. Non è un effetto decorativo, ma un modo per
rendere visibile l’idea di meraviglia come evento.
Il passaggio dal disegno a mano libera alla versione vettoriale segna il momento della
sintesi finale. Qui il lavoro si concentra sulle proporzioni, sull’equilibrio tra segno e spazio,
sulla necessità di garantire leggibilità e riconoscibilità in contesti diversi. Il logo deve
funzionare sul sito, sui social, nei materiali educativi, nei video e nelle attività
performative.
È in questa fase che il logo trova la sua forma definitiva, quella oggi visibile su
www.smallwonder.it. Un segno pulito, essenziale, ma carico di significato, in cui la stella è
il cuore visivo e concettuale del sistema.
Anche la scelta cromatica è parte integrante dello storytelling. L’arancione utilizzato per la
stella e per gli elementi di accento è lo stesso di Scuola di Robotica, mentre il nero tiene
stretto il legame con Spock. È una scelta che crea una continuità visiva e culturale tra
progetti che condividono la stessa visione: la tecnologia come strumento educativo,
creativo, umano.
L’arancione è un colore che comunica energia, calore, attivazione. È il colore della scintilla,
dell’idea che si accende. Ed è perfettamente coerente con il ruolo che la meraviglia gioca in
Small Wonder: non un fine, ma l’inizio di un percorso di conoscenza.
Il logo finale di Small Wonder è il risultato di un meccanismo creativo che procede per tentativi, scarti, intuizioni e sintesi. Tra tutte le esplorazioni, è la maschera – nella sua forma ibrida, teatrale e robotica – a imporsi come segno principale, perché è quella che più di ogni altra riesce a tenere insieme corpo ed emozione, tecnologia e racconto. La stella e la scatola non scompaiono, ma diventano parte di un sistema visivo più ampio: elementi che accompagnano il logo, lo espandono, lo moltiplicano in altri contesti. La stella
resta il segno della meraviglia, la scatola la metafora dell’esperienza che si apre, ma è la maschera a dare un volto al progetto. Perché, in fondo, il logo fa esattamente ciò che Small Wonder fa ogni giorno: non mostra una risposta, ma apre una possibilità. È una maschera che non nasconde, ma rivela. Un segno che non si chiude, ma continua a multiplicare senso, storie e immaginari.